Maledetti toscani

Un libro sui toscani, scritto da un toscano e fruibile principalmente da altri toscani.

Si, perché solo i toscani possono capire a fondo questo libro e le verità che vi sono scritte con il sorriso, senza offendersi ne’ farsene vanto.

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Si comincia con il dire quanto sia difficile esser toscani, in un’Italia che non li disprezza (sia mai!) ma che li tiene sempre in sospetto, loro e la loro sboccata insolenza ,che è sinonimo di libertà e, quindi, anche di intelligenza.

Perché, quando c’è un toscano nei paraggi, tutti si sentono a disagio e inquieti, quasi sospettosi? Perché il toscano “(..) ti guarda in quel suo modo non per guardarti soltanto, ma per giudicarti. Non per veder come sei fatto, perché ai suoi occhi sei sempre fatto male, ma di che sei fatto.”

Ma degli amici i toscani ce li hanno e sono i perugini. Solo a Perugia, infatti, ci sono uomini di terra, che vivono con la stessa libertà dei toscani, spregiando sempre chi comanda e tenendosi ben lontani da preti ed altri lumaconi. 

Partono poi dei capitoli dedicati alle singole città:

Sienaocchi azzurri, passi corti e leggeri, voci basse e un modo di fare tanto angelico e  tanto gentile che si riflette anche quando ammazzano qualcuno, “con mano lieve e carezzevole”. E poi San Bernardino e Santa Caterina, i due santi di Siena per eccellenza e le loro storie raccontate con un’arguzia e un’ironia che solo in un toscano, come il Malaparte, si può trovare.

Prato– la città dei béceri, perché si dice in piazza ciò che nel resto di Italia rimane intrappolato tra quattro mura. E a Prato finisce un po’ tutta la storia d’Italia e del mondo, ma in stracci: le camicie rosse di garibaldini, sottane da prete, porpore di cardinali, veli da spose, bandiere da tutto il mondo..tutto a Prato, pronto per essere ri-lavorato.

Ai pratesi va’ poi riconosciuto il merito di non fingere mai di esser fiorentini, tanto son soddisfatti di esser pratesi. “Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo.”, dice lo stesso Malaparte.

Famosi sono i pratesi, per essere un popolo che ama solo il popolo e sempre in sfregio i potenti. Tant’è che quando Carlo VIII passò in visita da lì, con l’aria di uno che aveva da insegnare a tutta Italia, i pratesi si girarono tutti verso il muro a farsi una pisciatina, per la meraviglia e il disappunto del sovrano.

Firenze – Un bellissimo quadro sulla città fiorentina dove le vicende degli uomini si fan tutt’uno con la storia e l’arte. Perfino le statue prendon vita e ci si parla, e ci si arrabbia con loro e perfino le si incolpano quando qualcosa non va. Malaparte racconta aneddoti divertentissimi dove i fiorentini danno massimo sfogo al loro senso della vita, tra lo spregio costante e lo scherzo, anche pesante, ma che fa sempre ridere.

Un bell’excursus anche sulla Congiura de’ Pazzi, dove a Lorenzo de’Medici vengono attribuite le parole “andate a pigliarlo in tasca!” , maniera toscanissima di dire e che il nostro autore vorrebbe veder scritta ovunque, tanti è espressione della libertà toscana.

Campi – Il paese a cui i Medici passavan vicino, quando andavano nella loro villa di Poggio a Caiano e famoso per essere un paese di ladri di polli, ma è cosa ormai vecchia.

Campi ha un che di maremmano nell’aria e gli uomini son vestiti di nero con quei cappelloni dalla lunga falda; uomini dalla voce forte e dalle mani nodose.

“Guardateli in faccia: i toscani veri, per riconoscerli, basta guardarli in faccia. Hanno tutti la pelle arrossata, le ciglia e i capelli bruciacchiati, come se tornassero ora ora da un gran viaggio in inferno.”

Livorno– Belle donne prorompenti che son sempre affacciate ai davanzali, nei vicoli di una Livorno porto di mare, città di scambi e di marinai, di storie e di canti. Malaparte la descrive come una visione onirica e dai colori caldi che si riflettono e si mescolano tra loro, avvolgendoti. Assolutamente da leggere.

E questi quadretti delle varie città, sono intervallati da quadri più generali come quello sulla terra e sulle colline toscane e il loro legame indissolubile con l’uomo che le lavora. Infatti, non scordiamocelo, il toscano è prima di tutto un contadino e i segni della sua terra se li porta sempre sul viso, sulle mani e nel cuore.

Curzio Malaparte, personaggio interessante di cui sicuramente riparleremo, chiude il libro scusandosi con gli altri italiani se a volte è parso dir male di loro, ma parlando dei toscani, proprio non si può fare a meno di dir male degli altri.

Malaparte, in pratica, si scusa con gli altri italiani per non esser toscani.

4 Comments

  1. Si dice che questo libro fosse molto ‘di moda’ una quarantina d’anni fa. Speriamo torni in auge. Almeno in questa Italia di pecore e pecoroni (come già scriveva lui negli anni ’50) si prenderebbe un pò di coraggio, imparando dai toscani. Si capisce che sono anch’io una vera ‘toscanaccia’?

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